LA VITA PER LEI

LA VITA PER LEI

Inizia il mio cammino partendo da una terra molto lontana, e avevo come meta Asgard, la terra degli dei, dove avrei scritto il seguito del mio destino.
Passarono mesi, cavalcai incurante delle intemperie. Arrivai a nord. Iniziò a scendere molto la temperatura. Ero preparato. Con grasso da mettere sul corpo e con pellame per proteggermi.
Continuai sulla mia strada. Nonostante le mie cure, il mio fedele destriero mi lasciò, andando con l’anima nei pascoli del cielo. Lo seppellii. Continuai a piedi, in una terra che diventava sempre più ostile. Cominciò a nevicare. Il paesaggio iniziava ad essere una distesa di candida neve. Una visione celestiale. Poi il vento, una tormente, sfiancante, duro e tagliente il suo soffio, quasi volesse sussurrarmi di desistere. Continua. Arrivai in vetta ad una montagna.

Strana cosa: sulla cima della montagna una piccola zona pianeggiante, con al centro un simbolo, senza neve che lo copriva.  Mi avvicinai e venni illuminato da una luce che veniva dal cielo. Una frazione di secondo. Poi terminò. Rimasi fermo, immobile, perplesso, sconcertato. Dopo altri pochi minuti un altra luce, come una lama diagonale, e poi il miracolo; divenne dei colori dell’arcobaleno e dirigeva verso l’alto.

Era il Bifrost.

Come misi i piedi sopra venni catapultato in un altra dimensione. Arrivai, e vidi Asgard. Mi accolse il guardiano del portale, Heimdallr. Mi chiese cosa volessi da Asgard, in quanto lui aveva la responsabilità di chi poteva entrare e illuminandone con la luce della sua spada ha visto il mio cuore nobile e per questo mi ha fatto salire. Io risposi che volevo compiere il mio destino ed imparare dagli Dei la storia della vita.
Acconsentì a farmi entrare. Mi indicò la strada è mi diressi dove mi aveva detto.
Entrai in Asgard, maestosa e magnifica.

LA VITA PER LEI

Persone senza paure e soprattutto serene. Passai in una specie di spiazzo dove c’erano guerrieri che combattevano per allenarsi. Stavo per allontanarmi quando udì qualcosa. Una voce, il sibilo di una lama.

Mi girai. Rimasi incantato. La vidi. Lei.

Unica nel suo genere, capelli luminosi come l’oro, pelle del colore della Luna che brilla nel manto nero tagliandolo con il suo bagliore come fendenti, possente come una Valchiria, abile come una pantera e sinuosa come una dea. Era Sif, sorella di Heimdallr che mi aveva accolto, donna che godeva delle grazie di Thor, innamorati.
E io sentii qualcosa dentro. Mi soffermai qualche istante e poi venni svegliato dal mio stato di magia da una forte manata sulla schiena. Era il grande Volstagg che con la sua forte risata mi dava il benvenuto. Venni accolto e portato nella sala del trono, davanti al possente Odino.

Parlammo, spiegai il perché del mio percorso, difficile, tumultuoso, tempestoso, triste, ma con la luce del cuore che mi guidava, e che volevo rimanere a combattere con chi per me era la guida dell’universo, con gli uomini più saggi e potenti, con tutta Asgard. Odino si alzò, mi si avvicino’, mi sussurro alcune parole all’orecchio e poi a voce alta disse che da oggi il mio nome sarebbe stato Fandral e che sarei stato addestrato alla spada per diventare il più abile e forte spadaccino degno del cuore che ho dentro.
Mi diedero un alloggio stupendo, mi diedero nuovi vestiti. Cenai al loro banchetto. Ma una cosa mi faceva tremare, si, tremare l’anima e sussultare il cuore. Sif. Era bellissima. Suadente, lucente anche durante il banchetto. Elegante nelle movenze, suadente nella voce. Ed i suoi occhi, di un colore misto tra verde azzurro e grigio. E che cambiavano in base al raggio di luce che li accarezzavano. Ed i suoi capelli, di un biondo misto all’ocra, mossi, ed ogni volta che si girava sembrava danzassero davanti al suo viso per poi ricomporsi in un inchino alla sua pelle così brillante.
Non capivo se stavo mangiando per nutrire il mio corpo, o se stessi nutrendomi l’anima ed il cuore con la sua presenza.
Finita la cena andai a dormire. Ma il sonno tardava. Mi alzai ed andai alla finestra, guardai il cielo, c’erano tre lune, tutte sorridenti, ed un firmamento da mille ed una notte. I pensieri volavano. E le stelle al mio sguardo sembravano disegnare il volto di Sif nel nero manto dell’universo.
La mattina seguente inizia ad imparare l’antica arte della spada. Nello spiazzo esterno ci si allenava assieme agli altri, ognuno a combattere con altri per migliorare. Sif era lì, con una lancia dorata e luccicante, con le sue vesti di battaglia che esaltavano ancor di più la sua bellezza, i capelli legati a coda di cavallo, stivali in pelle marrone con rinforzi d’argento. Una armatura fatta a sua immagine, su di lei. E le sue movenze da guerriera erano una danza, come se le spade, frecce e lance fossero la musica o le note sulle quali lei sinuosamente si muoveva.

La sua grinta, unica.
Passarono giorni, poi mesi. Divenni imbattibile con la spada. Fandral l’abile spadaccino.
Poi venne un giorno, uno di una battaglia, uno che avrebbe cambiato la mia vita, che segnò per sempre il mio destino, il mio futuro.
Venimmo adunati, una manciata di uomini, circa 100, guidati da Odino, Thor, Loki, Volstagg, Sif ed io. Si doveva andare su un altro mondo, uno dei 9 facenti parte dell’albero dell’universo, dove una civiltà malefica voleva conquistare quel pianeta. Venne aperto il Bifrost ed in un lampo arrivammo la, già armati, in mezzo alla battaglia, subito a combattere. I giganti di ghiaccio, abitanti del pianeta Jotunheim, volevano far loro tutti i 9 mondi.
Creature malefiche senza anima, ingorde solo di potere, di morte, di schiavi, di malvagità.

Thor sembrava un leone, da solo contro decine di uomini. Con il suo sacro martello Mjöllnir roteante nelle sue mani, raccogliendo dal cielo la forza dei lampi, sprigionava colpi devastanti.
Odino con il suo scettro l’ottava come un possente orso, dando colpi mortali ad ogni movimento. Poi gli altri, come me, a sfidare contemporaneamente più nemici, e lei, Sif, faceva balzi talmente possenti che sembravano di una danza antica, con lo scudo raffigurante la fortezza celeste si difendeva, e con la sua lancia dorata uccideva. Aveva segni di tagli, superficiali, ma incurante combatteva come una pantera tra tigri. Iniziava a scendere una lieve foschia, forse creata dai giganti di ghiaccio.

D’improvviso sentimmo un boato e ci girammo; Thor diede un forte colpo a terra con il suo Mjöllnir, e successivamente mise il suo ginocchio a terra. Sembrava stremato, segnato dai colpi inferti e ricevuti. Stava per essere colpito da lance nemiche. Il nostro grido, la nostra corsa a proteggerlo, e lei, Sif, come una furia, si faceva largo facendo cadere i nemici come fuscelli, arrivò per prima da lui, feroce come poche volte vista, ma senza perdere la sua bellezza, iniziò a colpire e tese la mano al suo amato. Si guardarono, con uno di quegli sguardi che solo chi li ha provati li può capire, e lui si alzò, ricaricato.

Noi a loro difesa, pronti a tutto.

Odino lasciato in disparte perché lui, nella sua grande conoscenza, sapeva già l’esito di questo destino.
Riprendemmo la lotta singola. I giganti quasi sopraffatti e noi, anche se stanchi, esausti, e feriti, ancora in forza per vincere.
Poi, l’imprevisto, qualcosa a volte può succedere, il dolore. Un colpo, nonostante la mia abilità e destrezza, venni colpito. Non una ferita mortale, ma  una lancia mi aveva trapassato la coscia e caddi.
Stavano arrivando i pochi giganti rimasti contro di me. Ebbi per la prima volta paura, che non avevo mai provato nemmeno quando collassai per il freddo in mezzo ai ghiacci eterni e rischiai di morire.
Chiusi gli occhi aspettando il colpo finale.
Un rumore di un colpo parato. Assordante. Una voce che chiamava il mio nome, aprii gli occhi. Era lei, Sif, che con il suo scudo riparò sia lei che me, e allora presi energia e mi rialzai. Lei mi sorrise, o fu la mia impressione, e continuò a parlarmi, a starmi a fianco, a combattere con me. A breve tutto finì, i giganti scapparono, e noi gioimmo per la vittoria.
Il Bifrost venne aperto e tornammo. Venimmo curati, accolti sempre come grandi guerrieri vincitori.
Da quel giorno cambiai, giurai che per qualsiasi cosa io avrei dato la vita per lei, per colei che salvò la mia vita. Un amore che non potrà mai essere corrisposto, ma comunque felice per lei, per Thor. E da quel giorno, in tante altre battaglie, presi colpi per evitare che lei venisse ferita, moglie del mio futuro sovrano. E la nostra amicizia fu eterna, come la leggenda della città di Asgard. Mai finita

Oxford Brogue
XXVI  XI  MMXVI

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