TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

Vagavo senza meta e con la disperazione nell’animo, continuando a rigirare tutti i pensieri negativi che da mesi mi affliggono e ai quali non riesco a trovare scappatoia. Ho incontrato tante persone, come mai in tutta la mia vita. Molte hanno girato le spalle, altre hanno dato una pacca consolatoria ma poi hanno girato le spalle comunque. Qualcuno si e’ preso gioco di me promettendo il cielo, il mare, la terra e nel momento in cui mi offriva i doni sul palmo della mano incoraggiandomi a prenderli così la ritraeva chiudendo nel pugno la luce in fondo al tunnel che avevo, per poco, intravisto.

Una ferita, ennesima, al cuore gia’ dolorante, gia’ deluso, gia’ piu’ non in grado di sopportare altri graffi, sempre piu’ sanguinante e inerme, incapace di reagire e di ridare gas per riprendere la strada.

Lo sguardo vitreo e perso nel vuoto in cerca di una soluzione per procedere; i vestiti sempre gli stessi. Tolti e messi sulla sedia la sera prima e rimessi il giorno dopo. Viso scavato dalle perdite e dai tradimenti; solchi d’espressione irrecuperabili.

Un giorno per strada incontro un’anziana signora, elegante, di gran classe con le mani tutte storte dall’artrosi, l’aiuto a salire sul tram e mi ringrazia con un sorriso d’altri tempi. La osservo durante la corsa e non ha una virgola fuori posto. Veste con colori brillanti e ha accessori adeguati ai vestiti. Scarpe e borsa in tonalità, un viso luminoso, una solitudine interiore, un dolore profondo celato.

Scendiamo insieme dal tram e l’aiuto ancora.

-Signora- mi dice- lei e’ stata molto gentile, sto cercando qualcuno che mi aiuti a fare il “nostro” dolce tradizionale per Natale perche’, quest’anno, faccio piu’ fatica del solito con le mani e con la schiena, sa ci vuole molto tempo, e’ una ricetta complessa e lunga.

Le avevo notate, bellissime, affusolate, curatissime, ma storte. Chissa’ se le facevano male oppure erano solamente l’effetto dell’artrosi.

“Se si fida, dato che non mi conosce, posso aiutarla io.”

Un sorriso ancor piu’ bello del precedente illumina tutta la scena e capisco che si fida ma non solo.

Mi da appuntamento per andare a casa sua.

Giungo puntuale  carica di gioia e di entusiasmo e vengo accolta con quel sorriso bellissimo e pieno di allegria. Trovo in cucina una birra fresca, un portacenere e un grembiule per non sporcarmi e tutto super organizzato. Diventiamo amiche prima di subito e mentre lavoriamo la pasta del dolce lei mi racconta la sua splendida storia d’amore. Le s’illumina il viso quando parla di lui e, nonostante sia vedova da molti anni, sembra che suo marito l’accompagni quotidianamente in tutto quello che fa.

Chiacchieriamo, chiacchieriamo tutto il giorno mentre il dolce che stiamo facendo è fatto da palline fritte passate nel miele e guarnite di mille colori e confetti e canditi. Sono gli struffoli napoletani. Mi racconta i trucchi del cuoco Monsu’ che con la sua mamma li cucinavano tutti gli anni per i numerosi parenti e amici presenti ai cenoni natalizi nei palazzi che avevano a Napoli e dintorni, persino in Basilicata. Le carrozze, gli abiti da sera; abitudini di un tempo.

Uno dei segreti di famiglia e’  nel goccio di marsala e la buccia grattugiata di un limone nell’impasto. Sul leggio, in cucina, c’e’ il volume “LA CUCINA NAPOLETANA” di Jeanne Caròla, un supporto per ricordare i numerosi passaggi.

Friggiamo centinaia di pezzetti di pasta che si gonfiano nell’olio bollente e poi la vedo intenta a passare quelle palline, appena fritte, nel miele sciolto, girarle a fatica; quanto amore in quel movimento, quanti ricordi le passeranno nella mente mentre meticolosamente avvolge ogni struffolo nello sciroppo ancora sul fuoco. Ogni anno, ogni Natale e’ un rito.

La parte più bella e’ stata la decorazione.  Ero lì, disponibile a dare una mano ma al momento dell’impiattamento mi sono un po’ allontanata per osservarla meglio, vederla china sui piatti pieni di struffoli a mettere con artistica maestria tutti quei decori.

Mica buttati sopra così; messi uno a uno.

Le ciliegie candite, la scorza d’arancio tagliata a fettine, frutta candita mista a dadini, confettini piccolissimi d’argento, perle di zucchero all’anice (i famosi  “spacca denti”) e sassolini colorati invisibili, gli unici messi cospargendoli su tutta la superfici come fosse una granella.

L’impresa volge al termine e la giornata pure. Sulla porta, mentre la sto ringraziando e salutando, m’invita per la serata della vigilia di Natale a cena. Devo assaggiare gli struffoli che abbiamo fatto insieme.

Accetto.

Arrivo all’appuntamento, parcheggio e mentre scendo dalla macchina vengo attratta dal balcone al terzo piano. Attraverso la strada per vedere meglio e noto delle grosse lanterne e dei grappoli d’abete pieni di mille luci. Sorrido.

Citofono e lei mi dice: “Sali con calma per favore, non suonare alla porta ti apro io quando sono pronta”

Sorrido ancora.

Salgo e resto qualche minuto in attesa sentendo trafficare, ma silenziosamente.

Nel mentre penso a questa strana situazione.

Questa signora mi ha affascinato dal primo istante, ma cosa ci faccio lì in attesa che mi apra. Ripasso come un film tutti gli ultimi mesi così ricchi di disperazione, incertezze, delusioni e dolore. Quando cammino per la strada o salgo sui mezzi in genere mi guardo i piedi, me ne sto per i fatti miei, chiusa nelle mie angosce. Invece lei ha catturato la mia attenzione, quel giorno, sul tram. Ed ora mi trovo dietro la sua porta di casa in attesa di una cena insieme.

Bellissima quella giornata passata in cucina a sentire i racconti di una vita e ad assorbire tutto quell’amore. Guardo la porta e un po’ origlio, sento movimento. C’e’ una decorazione bellissima sullo stipite. Una treccia di legnetti infilati a mano come in una collana inframmezzati a bacche rosse e neve e un lungo fiocco rosso che accarezza un Babbo Natale di legno.

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

Sento i passi e la porta si apre. E’ buio, le luci sono spente e lei mi accoglie con una luce negli occhi piena di allegria. L’abbraccio e la ringrazio, lei mi dà il benvenuto e mi dice “ Buon Natale, ti aspettavo”

Sembra di entrare in un paese da fiaba, pieno di piccole luci e un’atmosfera di magia.

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

Entro nella sala e sulla sinistra vedo i nostri coloratissimi struffoli accanto ad altri dolci e panettone e pandoro e un piccolo albero illuminato da led, fili e decori d’argento e, come d’incanto, mi ritrovo in mezzo alla neve. E’ tutto bianco intorno e molto luminoso perché ci sono tanti lampioni, no sono lanterne, bianche con i vetri ai quattro lati e il camino in cima.

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

Una grande e le altre più piccole. A fianco ad una di esse c’e’ un folletto. Ha un grande naso al centro del viso contornato da una lunga barba bianca e un buffo cappello di lana fatto a maglia con fiocchi di neve disegnati.  Mi prende per mano e mi porta a fare una lunga passeggiata in mezzo alla neve, in mezzo al nulla fino a quando le luci delle lanterne non diventano piccolissime e lontane. Ci fermiamo in silenzio al buio, allunga una mano rugosa e mi accarezza il viso guardandomi languidamente a lungo e poi sorride.

Dopo un po’ accenna a tornare, mi volto ma siamo al buio e non vedo nulla. Sulla destra, in fondo in fondo in mezzo al niente s’intravedono dei piccoli punti di luce che ci indicano la via del ritorno. Man mano che ci avviciniamo la luce aumenta e le lanterne diventano sempre più dettagliate e lucenti. Un faro nel buio, un punto di riferimento.

Mi ritrovo seduta ad una tavola bellissima ed elegante dove perfino i tovaglioli sono delle roselline con i calici luminosi. E’ tutto bianco e rosso natalizio e i bicchieri riflettono le scintille  delle candele caleidoscopicamente attraverso il cristallo intarsiato. Tutta la stanza e’ illuminata solo da candele piene di magia. In ogni angolo c’e’ una lanterna natalizia e al centro tavola quelle lanterne bianche che hanno illuminato il buio della notte in mezzo alla neve fredda.

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

Il mio buio e il mio freddo.

Ceniamo chiacchierando di tutto, brindiamo e apriamo i regali.

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

Che piacevole atmosfera piena di spensieratezza come da tempo non provavo.

La cena finisce, stiamo ancora un po’ insieme davanti ad un bicchiere di Moscato bianco e ai nostri struffoli colorati che chicco per chicco degustiamo complimentandoci dell’ottimo risultato e ridendo per la bella giornata culinaria passata insieme, mista a piccoli incidenti accaduti durante la lavorazione.

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

E’ tardi, lei inizia ad essere stanca, l’abbraccio forte sulla porta lei ricambia. “ L’ho fatto per te con tanto amore” mi dice fissandomi negli occhi e penetrandomi l’anima.

Che serata magnifica, mi avvio a casa col sorriso sulle labbra e mi addormento ripensando a tutto.

Mi sveglio durante la notte dolorante ad un polso, mi sveglio e nel buio mi massaggio il braccio. Mi sono addormentata con il bracciale che mi ha regalato la signora, lo accarezzo, tocco ogni ciondolo, ripasso con le dita tutte le scanalature, le accarezzo e vedo nel buio notturno quei colori rosso e bianco dei ciondoli e mi riaddormento sorridendo.

TI RACCONTO UNA FIABA CHE DIVENTA FAVOLA

Dal giorno di natale sembra che l’aurea che mi circonda abbia ripreso un po’ di energia e colore. Porto quel bracciale giorno e notte e penso a lei in continuazione come se stesse con me dal mattino alla sera. So che mi sta guidando nella giusta direzione fuori dal tunnel e dal buio.

Natale 2016 

 

 So che darò fastidio ad alcuni con questo scritto ma, francamente, me ne infischio. Anzi, il motto per il 2017 sara’ proprio questo!

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CATTEDRALI: LA MIA. Ivory Coast, Abidjan – St Paul Cathedral

CATTEDRALI: LA MIA. Ivory Coast, Abidjan - St Paul Cathedral

CATTEDRALI: LA MIA

Ivory Coast, Abidjan – St Paul Cathedral

 

Un ricordo a cuore aperto

Quando Maria Cristina Koch, qualche settimana fa mi accenno’ che nel libro che mi ha regalato  “Curare la vita con la vita” c’era un paragrafo che s’intitolava “CATTEDRALI” tagliai corto dicendole che lo avrei letto con calma, ma in separata sede, non in quella e non in quel momento.

Arrivata a casa ho iniziato un rito, ma senza leggere quel paragrafo. Ho iniziato ad evidenziare altri capitoli e a mettere post-it, ma mi rendevo conto che sorvolavo su quello. Ho fatto passare qualche giorno e poi ho preso coraggio e l’ho letto. Stranamente non ho sottolineato quasi nulla e devo ammettere che per quanto il brano sia bello non ha suscitato quanto potessi immaginare poi.

L’ho riletto, l’ho riletto ancora e poi mi son detta che in qualche modo quel capitolo mi toccava, ma lo tenevo distante, consapevole del fatto che non c’e’ giorno da quando l’ho affrontato la prima volta, che non mi torni in mente quotidianamente.

Qualcosa mi turba, faccio fatica ad ammetterlo, lo rifiuto, ma quotidianamente ritorna.

Ritorna anche  che “CURARE LA VITA CON LA VITA” ha uno scopo ben preciso e cioe’ curativo!!!! Con tempi assolutamente anomali. Chiunque affronta un libro del genere  legge, incamera, metabolizza….poi gli effetti chissa’ quando si manifestano, chissa’ quando “questa azione terapeutica” agisce. Boh?

Non e’ vero. Boh non esiste. Boh e’ un rifiuto. Boh e’ una bugia con noi stessi…………

Ho scelto le parti piu’ esaustive di questo paragrafo ( pag 26), che si puo’ scaricare gratuitamente su www.lulu.com    www.scribd.com e leggerlo per intero, ma tanto basta per iniziare a pensare . A me ha creato subbuglio, ma attraverserò questo libro , voglio vedere dove mi porta.

 

E quindi alcuni brani  del capitolo in corsivo, il resto E’ LA MIA CATTEDRALE.

Da un brano di Raymond Carver (“Da dove sto chiamando“, Raymond Carver; Minimum fax, Roma 1999), la Dott.ssa Maria Cristina Koch lo ripropone in “Curare la vita con la vita” per una perfetta descrizione del lavoro terapeutico. Il terapeuta non sa, è un cieco che ha bisogno che l’altro disegni per lui e dia forma a ciò che contiene dentro di sé. Ma il terapeuta sa chiedere, porre domande, incalzare perché vuol sapere, forte del suo non sapere che è il suo strumento migliore. Anche l’altro vuol sapere, anche l’altro è incalzato dal bisogno di dar forma e il lavoro si avvia.

—”Cattedrali”, ha detto il cieco, “so che ci sono voluti centinaia di uomini e cinquanta o cento anni per costruirle, so che intere generazioni di una stessa famiglia a volte hanno lavorato a una cattedrale. Se vuoi sapere la verità, fratello, questo è su per giù tutto quel che so ma magari me ne puoi descrivere una tu, eh?—

Guarda caso si lo posso fare, guarda caso questo brano mi ha coinvolto, guarda caso l’intento di questo libro e’ quello che ognuno lo possa usare a suo uso e consumo per riflettere, per ricordare, per ricominciare, per lasciare andare, per “sputare” nel vero senso della parola, sensazioni che fanno bene e male allo stesso tempo, ma che poi possono cicatrizzare ferite aperte che stentano a chiudersi perché ce le teniamo strette strette dentro per paura di soffrire.

—Vorrei tanto che lo facessi. Mi piacerebbe un sacco. Se proprio vuoi saperlo, un’idea precisa non ce l’ho mica”. Io mi sono concentrato: come si fa a descriverla, anche a grandi linee? 

…………………..Non ci riesco proprio a spiegarti com’è fatta una cattedrale. Il fatto è che le cattedrali non è che significhino niente di speciale per me. Tutto lì”. E’ stato a quel punto che il cieco si è schiarito la gola, poi ha detto: “Ho capito, fratello. Non è un problema. Mi è venuta un’idea. Perché non ti procuri un pezzo di carta pesante? E una penna. Proviamo a fare una cosa. Ne disegniamo una insieme. Coraggio, fratello, trovali e portali qua” ha detto…………… ……………………………., ho trovato delle penne a sfera e ho trovato una busta di carta del supermercato .L’ho portata di là in soggiorno e mi sono seduto per terra vicino alle gambe del cieco. Ho spostato un po’ di roba, ho allisciato la busta e l’ho stesa sul tavolino.—

La prima volta che ho visto la Cattedrale di mio padre era schizzata su un tovagliolo di carta

—Il cieco si è tirato giù dal divano e si è seduto accanto a me sul tappeto. — 

Eravamo al mare, attendevamo con ansia l’arrivo per le vacanze di mio padre che ci raduno’ tutti intorno ad un tavolino e tiro’ fuori un tovagliolo di carta accuratamente piegato portato li’ per noi, esito di una riunione con altri  progettisti e lui lo aveva portato a noi per renderci partecipi, per raccontarci della sua grande avventura che stava per iniziare. Quanto amore in quell’attesa, quanto nel renderci partecipi.

—Ha passato le dita sulla busta. Ne ha sfiorato su e giù i margini. I bordi, perfino i bordi. Ne ha tastato per bene gli angoli.

“Perfetto”, ha detto. “Perfetto, facciamola”. Ha trovato la mia mano, quella con la penna. Ha chiuso la sua mano sulla mia. “Coraggio, fratello, disegna”, ha detto, “Disegna. Vedrai. Io ti vengo dietro.  Andrà tutto bene.—

Mio padre aveva avuto di recente il suo primo infarto, ma quell’avventura, quel viaggio dovevamo farlo tutti e 4 insieme. Lui progettava, viaggiava ( accompagnato sempre da mia madre), faceva il direttore dei lavori e noi eravamo con lui in ogni istante, anche a distanza. Insieme stavamo disegnando quegli anni della nostra vita.

—Comincia subito a fare come ti dico. Vedrai. Disegna”, ha detto il cieco. E così ho cominciato. Prima ho disegnato una specie di scatola che pareva una casa. Poteva essere anche la casa in cui abitavo. Poi ci ho messo sopra un tetto. Alle due estremità del tetto, ho disegnato delle guglie.

Roba da matti.

“Benone”, ha detto lui, “Magnifico. Vai benissimo”, ha detto. “Non avevi mai pensato che una cosa del genere ti potesse succedere, eh, fratello? Beh, la vita è strana, sai. Lo sappiamo tutti. Continua pure. Non smettere”.—

Le linee della Cattedrale, la sua forma erano dettate da uno studio approfondito sugli usi e i costumi del popolo africano e della comunità cattolica. Sono popoli che vivono ancora nelle tende e nelle capanne, che vivono in villaggi dove l’acqua si va a prendere al fiume a chilometri di distanza e la si porta in anfore di creta in testa, o in taniche di plastica,  e non c’e’ luce elettrica nei villaggi.

—Ci ho messo dentro finestre con gli archi. Ho disegnato archi rampanti. Grandi portali. Non riuscivo a smettere. Ho posato la penna e ho aperto e chiuso le dita. Il cieco continuava a tastare la carta. la sfiorava con la punta delle dita, passando sopra a tutto quello che avevo disegnato, e annuiva.

“Vai forte”, ha detto infine.—

La Cattedrale non aveva finestre con archi, ma grandi vetrate con forme che  richiamavano il profilo degli elefanti; la copertura era una enorme tenda di pianta triangolare a rappresentare la Trinità; quest’ultima moderna, portante e rivoluzionava, capovolgendo totalmente, le dinamiche della fisica. Cioè la  struttura era  sostenuta dall’alto, dal tetto;  invece che dal basso, ossia dalle  fondamenta.

—Ho ripreso la penna e lui ha ritrovato la mia mano. Ho continuato ad aggiungere particolari. Non sono certo un artista. Ma ho continuato a disegnare lo stesso……………—

Negli anni della Cattedrale mio padre ha avuto altri infarti e un intervento di By-Pass. Eravamo tutti consapevoli che quel progetto avrebbe potuto ucciderlo per  l’intensita’ ( 30 mesi di lavori ininterrotti) , i viaggi continui, la responsabilità, una tecnica nuova sperimentale di progettazione e di calcolo. Un’opera unica, l’apice della realizzazione di un progettista. Ma tutti insieme abbiamo deciso che a costo della vita quel progetto doveva realizzarsi. 

—E così abbiamo continuato. Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato prima in vita mia.—

Tornati dalle vacanze mio padre ha coinvolto me e mio fratello (studenti di architettura al primo anno) in quel progetto avveniristico visto per la prima volta su un tovagliolo di carta. Ci ha raccontato tutti i dettagli del progetto, tutti i significati in esso evidenti che rispecchiavano la cristianità. La tenda della copertura e’ azzurra come il cielo africano e al suo interno contiene 7 stralli, così si chiamano i cavi d’acciaio inguainati e affogati nel cemento armato. La loro tensione permette le controforze per sostenere tutta la struttura. Indicano le 4  virtù’ CARDINALI  (la prudenza – la giustizia – la fortezza – la temperanza) e le tre virtù TEOLOGALI (la fede – la speranza – la carità), ma anche i 7 sacramenti.

CATTEDRALI: LA MIA. Ivory Coast, Abidjan - St Paul Cathedral
Ing. Aldo Spirito durante i lavori mentre controlla la copertura in cui saranno inseriti gli stralli

Gli stralli uscendo dalla tenda di copertura si agganciano ai campanili che stilizzati indicano il Cristo in Croce e che altissimo abbraccia la città di Abidjan  capitale economica e governativa de  la République de Côte d’Ivoire  , ma visti lateralmente sembrano  la figura di un uomo che trascina il suo pesante fardello. La piazza dalla quale sorgono i campanili ha un’armonica forma di zanne d’elefante.

Modernità, tecnologie avanzate, spiritualità e tradizioni africane in una simbologia esasperata, concreta che man mano si sono compiute sulla terra rossa dell’Africa. Quando la copertura e’ stata agganciata ai campanili e sono state tolte le impalcature che la sorreggevano, tutti gli operai sono fuggiti fuori dalla costruzione temendone il crollo immediato. Rimase mio padre al centro, nel punto staticamente più pericoloso a dimostrare che quella struttura, concettualmente e staticamente costruita al contrario, reggeva. Che magnifico momento avrà vissuto e , se io lo racconto, e’ perché lui lo ha trasmesso con lo stesso coraggio di quel preciso istante in cui l’ultimo puntello e’ stato rimosso.

Poi lui ha detto: “Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l’hai fatta”, ha  detto. “Dà un po’ un’occhiata. Che te ne pare?”—

Nel 1985 La Cattedrale di Abidjan e’ stata consacrata da Papa Wojtyła Giovanni Paolo II, con una cerimonia lunghissima e con tutta la comunità cattolica presente che con musica e balli ha accompagnato l’olio sacro sparso sull’altare, e tutte le funzioni. Le panche all’interno potrebbero essere di più ma sono state disposte a debita distanza per permettere loro di ballare. Per gli africani e’ pura gioia il momento della messa. Con i loro vestiti ricchi di colori vivaci, cantano e ballano durante le funzioni.

—Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po’. Mi pareva una cosa che dovevo fare. “Allora?”, ha chiesto. “La stai guardando?”

Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente.—

La prima volta che sono entrata nella Cattedrale l’abbraccio di mio padre mi teneva stretta per le spalle, scendeva dai campanili un cono di luce fino a terra ed ebbi, io scettica, la sensazione che Dio faceva capolino per darci il benvenuto in quella casa per lui costruita con estremo amore e passione, a costo della vita. Fu un attimo che mi gelo’ il sangue ma che mi diede grande pace, certa in quel momento che nulla mai ci sarebbe successo. Mio padre, col suo languido sguardo, cercava il nostro consenso alla sua grande opera, come un compito fatto bene e premiato col massimo dei voti.

In contemporanea fu realizzato anche il Santuario alla Vergine Maria, ma questa e’ un’altra storia…………………..

—”E’ proprio fantastica”, ho detto.—

Due anni dopo mio padre e’ morto d’infarto e io, per quasi 30 anni,  non ho mai avuto la forza di parlare di tutto ciò.

Dopo la sua morte in molti hanno cercato di appropriarsi ingiustamente della paternità, anche solo in parte, di quest’opera solo perché hanno partecipato al progetto, ma non un solo disegno e’ uscito dallo Studio Ing. Aldo Spirito senza in calce la sua firma. Nessun calcolo, nessun bozzetto o schizzo o tavola e’ arrivato in cantiere senza il suo benestare. Lo dimostra il fatto che dopo la sua morte nessuno dei professionisti che lo hanno affiancato in questa avventura se l’e’ sentita di proseguire senza di lui; noi figli compresi  ancora acerbi studenti.

Perché raccontarlo, dunque, adesso?

Perché la vita e’ strana, perché  mi e’ capitato per le mani questo libro “Curare la vita con la vita”. Quale altra medicina ci potrebbe essere se non la stessa vita, la riflessione, il dialogo con se stessi e con gli altri. Quale miglior spunto di un libro donato con tanta nobiltà e consapevolezza che potesse essermi d’aiuto.

Perché per una serie di casi fortuiti recenti amici, incontrati per lavoro in tutt’altro settore, sono stati ad Abidjan e hanno fotografato la Cattedrale e, quando ho chiesto qualche foto, me le hanno date con estrema generosità.

Perché mio padre e’ presente sempre nel mio cuore, come e’ giusto che sia, ma raramente nella mia mente e perché, stranamente, lo sento intorno a me in questo momento e ho deciso di condividere questo bellissimo ricordo, convinta che parlarne mi curi una ferita da troppo tempo aperta.

Ringrazio la Dott.ssa Maria Cristina Koch per avermi dato il libro e aver scatenato l’animo;

L’Ing. Cesare Bonadonna per avermi inviato le sue foto© della Cattedrale fatte l’anno scorso;

Ringrazio anche Sistema Eduzione che, passo passo mi sta dando input che stanno migliorando la mia vita, a volte senza che nemmeno me ne accorgo, che non e’ del tutto vero. Sicuramente una metodologia di ragionamento porta a meditazioni profonde che ampliano la visione della propria quotidianità e la migliorano.

Gallery

CATTEDRALI: LA MIA. Ivory Coast, Abidjan - St Paul Cathedral
Cattedrale di Abidjan Ing. Aldo Spirito – foto di Cesare Bonadonna©
CATTEDRALI: LA MIA. Ivory Coast, Abidjan - St Paul Cathedral
Cattedrale di Abidjan Ing. Aldo Spirito – foto di Cesare Bonadonna©
CATTEDRALI: LA MIA. Ivory Coast, Abidjan - St Paul Cathedral
Cattedrale di Abidjan Ing. Aldo Spirito – foto di Cesare Bonadonna©
CATTEDRALI: LA MIA. Ivory Coast, Abidjan - St Paul Cathedral
Cattedrale di Abidjan Ing. Aldo Spirito – foto di Cesare Bonadonna©
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Cattedrale di Abidjan Ing. Aldo Spirito – foto di Cesare Bonadonna©

 

 

CATTEDRALI: LA MIA. Ivory Coast, Abidjan - St Paul Cathedral
Cattedrale di Abidjan, Ing. Aldo Spirito – foto di Cesare Bonadonna©

ciao Papa’

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LEI E’ VERONICA, LA MIA VERONICA

LEI E’ VERONICA, LA MIA VERONICA

LEI E’ VERONICA, LA MIA VERONICA

Lei e’ Veronica. Da sette anni ‘ vittima di disturbi alimentari, anoressica ma, negli ultimi 3 anni ha iniziato un percorso durissimo, introspettivo, ambivalente e necessario per risalire la china.

LEI E’ VERONICA, LA MIA VERONICA

Contrasti ricchi di alti e bassi, pianti e risa, studio e scoperte.

Dopo il ricovero in ospedale del settembre 2012 e le successive dimissioni a fine dicembre dello stesso anno, pian piano, faticosamente, ha percorso un tunnel buio e lunghissimo. Ma e’ pur vero che altrettanto pian piano ha preso consapevolezza della malattia e di quanto condizionasse la sua vita, le amicizie, la sua testa, il suo carattere, il suo corpo. Corpo e mente sono state dilaniate da tormenti che l’hanno attanagliata giorno e notte senza tregua.

Lottava, ribellandosi alla malattia ma rimanendo, il piu’ delle volte, sconfitta dalla stessa. Pero’ ogni sconfitta era un piccolo passo in piu’, strano a dirsi e contraddittorio. Se fosse stata sconfitta irreparabilmente, sarebbe morta. Invece era sconfitta ma raccattava tutte le sue forze per rialzarsi, per provare a combattere ancora e ancora. Arrancava in quel tunnel nero e profondo aggrappata allo spirito di sopravvivenza insito in tutti noi, così, grazie a Dio, anche in lei.

Ad un certo punto la sua mente ha cominciato a lasciare meno spazio a quello che lei definisce “Il Dittatore” nella testa. Pian piano il cervello ha ripreso a ragionare, a fare progetti, a sognare.

L’Anoressia ammazza una parte di neuroni, e’ scientificamente provato. La mancanza di alimentazione atrofizza la parte fondamentale della nostra mente, quella che ci permette di progettare, di sognare, rendendoci apatici e un bocconcino prelibato per l’anoressia che finisce col mangiarci, uccidendoci.

Veronica ha fatto la maturità e poi si e’ iscritta all’ università scegliendo con cura il percorso di studio che le sarebbe stato d’aiuto. Nei testi di filosofia, pedagogia, psicologia ha iniziato a trovare risposte logiche a quanto le e’ accaduto travolgendola e facendola precipitare quasi nel baratro. Più studiava in modo ossessivo, più il cervello allargava i suoi orizzonti, dandole modo di lasciare sempre meno spazio al Dittatore fino a ridurlo in un angolo. La curiosità del sapere  e del capire l’ha proiettata verso l’uscita dal tunnel.

Veronica ha ripreso a fare fotografie e video, ha ripreso a scrivere e ha aperto un blog.

Le foto sono il suo mezzo di comunicazione, benché a volte possano risultare un cazzotto allo stomaco, ma lei non ha mezze misure!!!

I video parlano della sua ricerca continua, della scoperta della luce dopo il buio, dell’osservazione di quanto e’ meraviglioso ciò che la circonda.

Il libro racconta tutta la sua storia, il perché e il per come la malattia e’ riuscita quasi ad ucciderla.

Il Blog………il Blog e’ recentissimo e riassume tutto questo suo allucinante percorso.

Studi, citazioni, diario, poesia, foto.

Il Blog e’ lei in tutto e per tutto.

LEI E’ VERONICA, LA MIA VERONICA

E’ così ricco di tutto quello che sente e prova che non si riesce a starle dietro.

Pubblica in continuazione e ogni post, a me che la leggo regolarmente, lascia una riflessione. Sembra un vaso di Pandora  esploso dal quale, a getto continuo, scaturiscono sensazioni, pensieri, verità.

Veronica ha deciso che questa sua esperienza di vita debba essere d’aiuto ad altre ragazze e, raccontando quanto le e’ accaduto e tutto quello che ha dentro, possa in qualche modo riuscire a salvare altre persone che stanno imboccando quel tunnel maledetto.

Il CIDA onlus – Centro Italiano Disturbi Alimentari e Dipendenze

ha scoperto in Veronica la testimonial perché lei ce la sta facendo e può  essere d’esempio e aiuto contro questa Bestia Anoressia.

LEI E’ VERONICA, LA MIA VERONICA

Blog di Veronica

Pagina Fb di Veronica e  e quella di Joy Hope Rule fotografa

CIDA Onlus – Centro Italiano Disturbi Alimentari

LEI E’ VERONICA, LA MIA VERONICA

LE ILLUSIONI. Joy Hope Rule©

LE ILLUSIONI. Joy Hope Rule©

LE ILLUSIONI. Joy Hope Rule©

LE ILLUSIONI. Joy Hope Rule©
Le illusioni

Le illusioni rendono tossici gli amori, li portano a farci male, sono il più grande nemico dell’anima, sono demoni.

pagina FB di Joy Hope Rule©

Another story about Anorexia© on Flickr

Pensieri e foto legate ad un’esperienza di vita vissuta con dolore, stupore, paura, consapevolezza e ambivalenza e, nel tempo, rinascita.

“Ti parlo” nasce per Joy  vittima e carnefice di se stessa e nasce per me che l’ho accompagnata, a volte impotente, in questo allucinante viaggio che portera’, prima o poi, alla stazione giusta, dove finalmente scenderemo .

VOGLIO POTER VOLARE SENZA PAURA

VOGLIO POTER VOLARE SENZA PAURA

VOGLIO POTER VOLARE SENZA PAURA

Voglio viaggiare ovunque e in ogni dove…senza aver paura. Voglio che i miei figli siano liberi di esplorare il mondo….senza paura!

VOGLIO POTER VOLARE SENZA PAURA
Decollo

Resto ammutolita e attonita davanti alle immagini che passano al TG, alle edizioni straordinarie, alle interviste, alle spiegazioni dettagliate di come vengono costruiti gli ordigni, gli esplosivi pieni di chiodi e vetri. Già pensare che una persona decida di farsi esplodere m’impressiona, lasciandomi del tutto incredula.

Ma vedere i danni, le conseguenze, i risultati di un attentato e’ pazzesco. Ricordo con orrore l’11 settembre, l’inizio di QUESTA GUERRA. Io e i bambini eravamo pronti per andare ai giardini a giocare , ma le immagini al telegiornale erano scioccanti ed io rimasi impietrita, seguendo morbosamente, di minuto in minuto, l’evoluzione di quel tragico giorno. Le notizie si affastellavano, non si capiva piu’ nulla e, intanto, in diretta passavano le immagini del secondo aereo che squarciava le Torri Gemelle.

Mi ritrovai le mani sul viso e gli occhi pieni di lacrime e il terrore di uscire di casa.

Sono passati 15 anni da quel primo pomeriggio e gli attentati si sono susseguiti con cadenza sconcertante e in modalità sempre inaspettata. Ho vissuto l’inaugurazione di Expo il primo maggio dell’anno scorso con ansia e paura. Nel raggiungere il sito io e i miei colleghi scherzavamo e facevamo battute per sminuire la tensione perché da giorni ogni TG declamava quanto Expo e il giorno d’inaugurazione fossero un obiettivo sensibile.

Son passati 6 mesi in cui un mondo intero e’ passato da Milano e per fortuna non e’ successo nulla di grave….tranne i BlacK Bloc dell’inaugurazione.

Ultimamente a distanza di qualche mese, invece, eccoci di nuovo vittime di un terrorismo vigliacco.

“Nel periodo del Giubileo circa 2 milioni di italiani hanno rinunciato al viaggio per l’appuntamento religioso a Roma per paura degli attentati terroristici, secondo l’indagine Coldiretti/Ixè“.

VOGLIO POTER VOLARE SENZA PAURA
Papa Francesco e la colomba pasquale

E’ troppo scontato che qualcuno possa colpire San Pietro, durante la messa di Pasqua di domenica.

Il terrorismo colpisce molto più biecamente, in un giorno qualunque, in un luogo qualunque, in una città qualunque, in un orario qualunque.

Spesso sento dire: “ Sai, quando esci di casa al giorno d’oggi ……. non sai mai se la sera rientri, ceni con i tuoi, guardi il film in televisione insieme .” Così siamo tutti terrorizzati senza possibilità di difenderci e di prevedere e di scegliere se andare o meno in un posto, in vacanza, al lavoro. Si diventa fatalisti e si spera!!!!

Sconcerto!

Oggi pomeriggio ero a Malpensa in attesa di mio figlio di rientro da Barcellona.

Ero insieme ad altri nella zona arrivi del Terminal 2. Osservavo se c’erano poliziotti o carabinieri….nessuno. Forse erano in borghese, forse no. Sembrava tutto particolarmente tranquillo. Sul tabellone, aerei in orario, arrivati, in arrivo…un paio da Bruxelles cancellati.

Da Barcellona, atterrato! Bene. L’angoscia era finita. Mi guardavo intorno mentre parenti, amici e fidanzati si posizionavano in prima fila per accogliere il proprio congiunto e riflettevo:” quei due Kamikaze che si sono fatti esplodere l’altro giorno all’aeroporto, in che zona hanno colpito? Ai check-in, nella zona d’attesa, come noi qui, oggi? In effetti siamo un bel “gruzzolo” di persone se volessero attivarsi qui nella zona arrivi.

Intanto sono iniziati ad uscire i passeggeri, ma il primo gruppo non proveniva da Barcellona. Poi un altro, ed infine, finalmente ho visto gli occhi verdi sotto il cappello e qualche ricciolo biondo ribelle……..e ho tirato un respiro di sollievo molto, ma molto profondo.

VOGLIO POTER VOLARE SENZA PAURA

Voglio poter volare senza paura, voglio viaggiare ovunque e in ogni dove…senza aver paura. Voglio che i miei figli siano liberi di esplorare il mondo….senza paura! Voglio aspettarli con gioia quando vado a prenderli al treno o all’aeroporto. Voglio allontanarmi con calma, dopo un abbraccio caloroso perché non ci vediamo da giorni. Voglio godermi il ritorno di mio figlio senza paura.

Suggerimenti,  spunti e fonti

Impara dalla paura «Non è un’emozione negativa, ma un campanello d’allarme che ti aiuta a difenderti dai pericoli. Se ti è rimasta un po’ di paura, dunque, approfittane attivando dei pensieri protettivi. Per esempio, se entri in un locale cerca con lo sguardo l’uscita di sicurezza così sai dov’è in caso di necessità. E mentre cammini per strada o sei sui mezzi, evita di concentrarti sul cellulare e guardati intorno.

Dopo Bruxelles

Allarme a Berlino

Come agire in caso di pericolo

ANOTHER STORY ABOUT #ANOREXIA

ANOTHER STORY ABOUT #ANOREXIA

ANOTHER STORY ABOUT #ANOREXIA

Il video e’ interamente fatto, montato, musicato da Veronica Carozzi che racconta la sua storia, ancora una volta, in occasione della GIORNATA MONDIALE contro i disturbi alimentari.

(after the English version)

“Nel corso di questi anni non ho fatto che sentirmi giudicata da tutti perché da che ero una ragazzina di 15 anni normalissima, sono diventata un piccolo “scricciolo” a causa dell’anoressia. Non tutti sono stati in grado di capire che non è mai stata una cosa voluta, o meglio, forse lo era inizialmente. Ma una volta che prende il possesso di te e della tua persona, non puoi che accettarla e combatterla. Ed è ciò che ho cercato di fare io.
In generale, da lontano le persone vengono giudicate senza nemmeno un motivo valido, ma se andate a ricercare le vere cause di questa malattia, capirete che non nasce senza un motivo valido, non è un capriccio. Chi non ha avuto a che fare con i disturbi alimentari non ha la benché minima idea di cosa significhi conviverci. E’ una lotta lunga, anzi, lunghissima che si fa con se stessi. Ancora oggi l’anoressia fa parte della mia vita, più come un ricordo che come un qualcosa di presente, ma in ogni caso, il fatto che persista in me da ben 5 anni, dimostra quanto possa essere difficile uscirne. Nonostante tutte le forze e le energie impiegate per scacciarla, bisogna imparare a contrastarla con ogni mezzo possibile. Ho imparato che voler sapere, sempre di più, rende le persone più consapevoli ed è stata proprio la consapevolezza a spingermi nell’intraprendere questo percorso di guarigione e di sensibilizzazione. Nessuno merita di sopportare un dolore così grande, nessuno merita di morire per questo. L’anoressia è una patologia che controlla e programma, fino all’ultimo dettaglio, ogni singola azione giornaliera. Credo la si possa paragonare ad un “secondo te stesso” , che abita
abusivamente nella tua mente, che si impossessa della tua vita facendola sua. E’ una malattia subdola, bugiarda, ingannevole e spietata. E’ una lunga, lunghissima guerra interiore, che porta via ogni tipo di energia. E’ e rimarrà sempre un mistero il perché si instauri con così tanta facilità.
Chi mi conosce sa cosa ho passato, sa che cosa ha significato per me tutto questo e io non posso che ringraziare chi in questi lunghissimi anni ha lottato al mio fianco, giorno per giorno. Chi c’è ancora oggi non mi ha mai abbandonata e mi ha dato la forza di ritornare a vivere. L’anoressia mi ha tolto e dato tantissimo e, per quanto io possa averla odiata per tutto ciò, mi ha fatta crescere molto prima del dovuto, ed è stata soprattutto una durissima lezione di vita. Il mio compito, da qui al prossimo anno, sarà quello di cercare di sensibilizzare affinché si comprendano meglio i meccanismi e si eviti l’isolamento di chi sta soffrendo.
Ciò che vi chiedo oggi è di guardare con attenzione, captando le giuste informazioni e non fraintendendole.
Soprattutto nell’ultimo periodo ho cercato di allontanarmi dal mondo dei social network, ma
dal momento che ho deciso di mostrarlo tramite esso, me ne assumo ogni tipo di responsabilità. Chiedo di non giudicare, ma non impongo di non farlo. Sta a voi cercare di capire.( Anche se qui nessuno vi chiede di capirla, dato che nemmeno chi la conosce come le sue tasche ci riesce.) Ma spero che il messaggio che ho voluto trasmettere venga letto chiaramente. Non sarò certo io a cambiare la situazione dei disturbi alimentari, rimango una delle tante, tantissime persone che hanno sofferto per questo. Ma credo che mostrarlo e ammetterlo possa essere d’aiuto.
Questo video è stato realizzato in occasione della mia maturità, poiché quest’anno mi è stata data l’occasione di studiare più approfonditamente il discorso dell’anoressia come patologia mentale e non come un capriccio o una conseguenza di ciò che vogliono i mass media, sfatiamo una volta per tutte questo mito. Crearlo non è stato per niente facile. Ho dovuto aprirmi con me stessa, senza dover recitare, cercando di rimanere fedele a tutte quelle sensazioni che l’anoressia ha scaturito in me. Ho rivissuto il mio percorso con l’obbiettivo di far nascere nelle persone delle domande.

Vorrei che ci si interessasse di più a questo tipo di malattia, perché si, è una vera e propria MALATTIA, e come tale non va sottovalutata.
Non è il peso di una persona a determinare chi è.
Impariamo ad aprire gli occhi e la mente, anche tramite le esperienze altrui. ”

Scritto da Veronica Carozzi

la pagina di Joy Hope Rule

La fotografia di Veronica

Veronica oggi

Dopo 7 anni, in cui l’anoressia l’ha obbligata a non fare alcuna attività fisica, Veronica ha ripreso a ballare!

16 MARZO 2016 – GIORNATA MONDIALE CONTRO I DISTURBI ALIMENTARI:

ANOTHER STORY ABOUT #ANOREXIA

Translated by Monica Ghezzi “This article was translated being faithful to Veronica’s sentences in order to maintain its strength”.

This video was entirely registered, edited and set to music by Veronica Carozzi, who narrates her story:

“For all these years I haven’t felt anything, but feeling judged, because I was no longer the “normal” 15-years-old girl, but a ‘little slip of girl’ because of anorexia.

Not everybody could understand that it wasn’t my choice or, to better say it, maybe it was at the beginning. Once anorexia controls you and your personality, you can’t do anything but accept it and fight it.

And this is what I tried to do.

Generally, people get judged everyday from afar with no convincing reason; but, if you try to look for the real causes of this disease, you will figure out that it doesn’t show up without a convincing reason, it’s not a tantrum. People who haven’t dealt with eating disorders don’t figure out what it’s like to live with them, at all. It’s a long-lasting fight, an extra long-lasting fight with our inner-self.

Still nowadays anorexia is part of my life, more as a memory than as a real issue, anyway, the fact that it has been part of me for 5 years shows how difficult it could be to leave the disease behind.

Despite the strength and energy spent to expel anorexia, it is necessary to learn how to obstruct it in every possible way.

I learnt that the desire to get to know more and more makes people more conscious and it was that self consciousness that “pushed me” and gave me the strength to start this path of healing and awareness.

Nobody deserves to stand such a huge pain, NOBODY DESERVES TO DIE BECAUSE OF THIS.

Anorexia is a disease that controls and plans each daily action, in every single detail. I think that it can be compared to “another you-yourself” that lives unauthorized in your mind and takes over your life.

It is a devious, lying, ruthless and cruel disease. It’s very long-lasting interior fight, which takes every kind of your energy.

It is (and always will be) a mystery, why it dominates people so easily.

People who know me, are conscious of what I went through and what it meant to me and I can’t do anything, but thank people, who have been fighting by my side for all these years, day by day. There are still people who haven’t abandoned me and gives me the strength to go on living, again.

Anorexia stole and gave a lot to me and, even thought I hated it for this reason, it had me grown up earlier than I was expected to; it was a really hard life lesson.

My “homework”, from now on, will be sensitize people so they can better understand these inner workings in order to avoid the isolation of who is suffering because of anorexia.

What I ask today is to watch this video paying attention, collecting the right information and not to misinterpret it.

Overall for this period, I have tried to distance myself from social networks, but, since I decided to spread this video using them, I take on my own responsibilities.

I ask not to judge, but I don’t force to.

This is your turn to try to understand (en. even though nobody asks you to understand her, because even people who knows her by heart can’t get to do it), and I hope that this message will be clear.

Of course I won’t be the one who changes the eating disorders situation, I’m still one of many people who suffered because of this, but I think that showing it and admitting it can be helpful.

This video was made for my high school diploma.

This years I have been given the chance to increase my knowledge about anorexia as mental disease and not as a tantrum or a consequence of what mass media wants, so let’s explode this myth!

Creating this video wasn’t easy, at all: I had to open up without acting like someone else, trying to be faithful to my feeling about anorexia. I re-lived my path to make people questioning.

I would like people to be more interested in this type of disease, because it is actually a real DISEASE and for this reason it must not be underrate.

It is not a person’s weight to determine who he/she is.

Let’s learn to open up our eyes and our mind, also through other people’s experience.”

Written by Veronica Carozzi

 

“SOTTO LO SCHIAFFO”. HO CHIESTO AIUTO E LO STO RICEVENDO

“SOTTO LO SCHIAFFO”. HO CHIESTO AIUTO E LO STO RICEVENDO

Giravo su Fb per capire come potevo promuovere il mio blog appena nato e chiedevo l’amicizia ad amici di amici e tra loro Flavio ha risposto all’amicizia con una frase carina, sentita, non asettica come spesso succede. Così abbiamo iniziato a scriverci, a scambiare opinioni e a confrontarci.

Mi ha raccontato di lui, gli ho raccontato di me e della lunga e conflittuale separazione che ancora mi fa frequentare il Tribunale di Milano dopo ormai 15 anni.

15 anni di lotte, di continui ricatti, di mancati mantenimenti, di sfratto perché pur con una sentenza di un giudice che impone degli obblighi, gli ex mariti se le inventano tutte per tenerti “sotto lo schiaffo”, per ricattarti, per farti dipendere da lui, per comandarti ancora, per renderti una nullità ancora….Ti allontani dalla sofferenza quotidiana, ma e’ solo una questione di  distanza, le violenze ci sono comunque, REITERATE E CONTINUE.

Quella sensazione di essere controllata, quella situazione in cui se non sei accondiscendente non ti passa i soldi, quella precarietà per cui un giorno ti tagliano la luce e il giorno dopo ti trovi le gomme della macchina squarciate e poi il vetro del cruscotto rotto, e poi le fiancate incise con i chiodi perché hai lasciato la macchina parcheggiata fuori e non l’hai ricoverata in garage, come lui vorrebbe. Nonostante il giudice gli abbia imposto il pagamento dell’affitto della casa coniugale e le utenze sei sempre “sotto lo schiaffo”…il suo.

Evidentemente non ha un tubo da fare tutto il giorno per farmi seguire o seguirmi lui stesso.

Ricordo che appena separata avevo paura a rientrare col buio e quando uscivo dalla macchina prendevo il bloster per sentirmi un po’ difesa. Per quasi un anno la sera camminavo con questo attrezzo in mano.

Quando mi sono separata i miei figli erano bambini, hanno fatto in tempo a diventare maggiorenni entrambi vivendo tutti i conflitti di 15 anni di lotte in cui do la colpa più grande della nostra attuale situazione, principalmente, ai giudici, al tribunale, alle incompetenze, alle leggi non rispettate, ai tempi biblici per una querela, una denuncia, una sentenza o un’archiviazione.

Quando si fa una denuncia per maltrattamenti, non parliamo poi, per violenza psicologica ( dove si rischia addirittura di essere presi per pazzi, oltre a non trovare ascolto), di solito viene proposta l’archiviazione perché sono considerati reati minori, allora ti opponi all’archiviazione e si riapre il procedimento. Tu fornisci la tua memoria, lui la sua, si depositano, si aspetta che venga comunicata una data di udienza……passano anni….si fa in tempo a morire.

Considero  il tribunale colpevole di tutta una situazione allucinante. Giudici incompetenti, seduti dietro la scrivania solo per prendere uno stipendio da capogiro, e tu gli metti in mano la tua vita e quella dei tuoi figli e se ne fregano. Alle 13, dopo 4,5 udienze sono anche stanchi per cui se capiti di primo pomeriggio sono scorbutici perché, magari, hanno un lauto pranzo sullo stomaco, e tu sei li’ in attesa e magari neanche un bicchiere d’acqua hai bevuto tutta la mattinata.

Flavio, a sentire tutto questo e altro ancora, mi ha invitata ad un convegno contro la violenza sulle donne.

Erano anni che cercavo qualcosa del genere per capire se potevo essere di supporto.

Per anni ho cercato associazioni a cui dare il mio contributo sull’esperienza vissuta. Sono passata in mezzo al tunnel nero e ancora non vedo la luce in fondo, ma di sicuro mi sono fortificata, ho cresciuto 2 figli da sola, mi sono mantenuta e ho mantenuto loro, e ormai conosco la dinamica delle violenze psicologiche.

Mi sono separata dopo 16 anni di matrimonio più 10 di fidanzamento. Mentre vivevo quegli anni, benché mi rendessi conto delle violenze, mortificazioni, discussioni aggressive che sfociavano in schiaffi e strattonamenti, parolacce , ricatti, repressioni, non realizzavo veramente che l’amore era altrove. Era l’uomo con cui ho fatto due figli, non riuscivo a capacitarmi che era un rapporto sbagliato. Nonostante tutte le sofferenze dopo, le violenze ancora più subdole dopo, solo dopo ho capito che era l’uomo sbagliato, che le avvisaglie c’erano anche prima, che gli obiettivi per una vita insieme erano diametralmente opposte,  che era un violento, egoista, maschilista che continua a farci del male con subdola meschinità  machiavellica contro la quale non ho gli strumenti mentali per contrastarlo.

Allora bisogna necessariamente chiedere aiuto.

Così Flavio mi porta al convegno dove assisto ad una serata i cui sentimenti erano difficili da interpretare. C’era di tutto nel cuore e nella testa, ricordi dolorosi, minacce, ricatti, rivincite, la libertà che ho oggi a cui non rinuncerei per niente al mondo, il meraviglioso rapporto con i miei figli, sudato, conquistato, costruito con 1000 difficoltà.

Al Convegno conosco Bo Guerreschi. E’ una donna minuta, con occhi giganti bellissimi e profondi. E’ il presidente dell’associazione Bon’t Worry. Sulle sue spalle c’e’ una storia simile alla mia, con la differenza che il marito l’ha fatta picchiare quasi fino ad ucciderla. Dopo il pestaggio, dopo la guarigione, solo quella esterna, ha deciso di aiutare altre donne vittime di violenza e ha iniziato a costruire un team di professionisti  a supporto di donne che subiscono violenza.

Bo Guerreschi
Bo Guerreschi

Al convegno c’era anche Shanna Damien, americana, rappresentante in America dell’associazione, che ha voluto portare la sua testimonianza.  Sua nipote separata e’ stata uccisa dal convivente che poi ha abusato della figlioletta e ha ucciso anche lei e poi le ha bruciate.

Shanna
Shanna Damien

Tutto ciò e’ successo a settembre, il convegno era il 25 novembre. Avrei voluto registrare la voce di Shanna per poter comunicare la forza di questa donna, annientata dallo shock e dal dolore per quanto accaduto a sua nipote e la piccolina e la volontà di essere presente per infondere ad altre donne coraggio e forza.

I segnali si vedono, bisogna chiedere aiuto subito. La violenza in casa e’ la più subdola per i legami che ci sono e per un senso di appartenenza all’altro, perché si crede di amare ed invece e’ sottomissione.

Perché si ha paura di reagire, perché non si e’ economicamente indipendenti, perché si ha paura di ammettere che si e’ fatta una scelta sbagliata, perché ci si vergogna.

Sono andata al convegno con l’intento di essere un supporto e poi mi son ritrovata a chiedere aiuto perché la mia situazione e’ in stallo, perché il mio ex marito ci sta mandando in mezzo ad una strada, perché i miei figli son diventati vittime dei suoi soprusi e ricatti e offese.

Non bisogna aver paura di chiedere aiuto, ci sono molte donne che subiscono, qualcuna si ribella e molla il colpo, qualcuna soccombe, qualcuna e’ incastrata e non sa come uscirne.

Scrivo la mia storia, e mi riprometto di continuare a raccontarla, aggiungere episodi, sottolineare la profonda sofferenza, le conseguenze, la vita faticosa e segnata inevitabilmente, per far capire ad altre donne che non sono sole.

Se riuscissero a parlare, confidarsi e fidarsi di un consiglio di chi ci e’ passata , potrebbero rafforzarsi per capire, prevedere, scappare.

Attenzione ai segnali. Chi e’ in grado, perché ne ha la forza, intervenga per difendere altre donne più fragili.

Io ho chiesto aiuto, nonostante mi senta più che forte, ma non lo sono in tutto e per tutto, e sono troppi anni che lotto.

Sto ricevendo aiuto da Bon’t Worry e da tutto il suo team.

Shanna e Bo dopo l'intervento commovente di Shanna
Shanna e Bo dopo l’intervento commovente di Shanna- foto di Michele Dell’Utri

Foto in evidenza di Joy Hope Rule ©

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L’associazione BON’T WORRY ONLUS in 4 mesi fino ad oggi ha lavorato con circa 30 casi di donne che hanno deciso di uscire allo scoperto e parlare

Il sito di Bon’t Worry e la pagina FB – NOI POSSIAMO

Deve scattare “quella molla”, che ti fa dire: merito di essere amata. Nessuno ha il diritto di maltrattarmi, di farmi del male. Sembra quasi banale. Invece no. Per molte donne, troppe, l’amor proprio è uno sconosciuto e la violenza è una sorella, cattiva.

Bo Guerreschi

evento dell'anno 2014
evento dell’anno 2015

“La violenza e’ l’ultimo rifugio degli incapaci” – Isaac Asimov

“La violenza e’ l’ultimo rifugio degli incapaci” - Isaac Asimov

“La violenza e’ l’ultimo rifugio degli incapaci” – Isaac Asimov

Da oggi 50anni&round divulga quanto e’ in suo potere, sul blog, sulla pagina FB e sul profilo personale tutto ciò che riguarda “La violenza contro le donne” nella speranza che giovani donne e donne mature trovino il coraggio di raccontarsi e denunciare le violenze subite.

Spesso si ascolta e s’interviene abbastanza celermente ove la violenza e’ evidente e ove , purtroppo, si giunge in ospedale o addirittura si muore.

Ovvero c’e’ del sangue, Rosso, fluido, acre. La violenza e’ evidente, si vede, si tocca.

Partono indagine, servizi televisivi, processi.

Ma spesso la medesima violenza e’ più subdola, nascosta, celata, ma quotidiana e ammazza piano piano.

La chiamano Stalking, oppure a seconda dei casi, Mobbing…..non fa niente nessuno.

E’ la violenza psicologica che viene attuata machiavellicamente, con precisione sconcertante, cesellando e calibrando parole, scritti e azioni, reiterati e continui. Non si può vedere l’anima delle persone e non si può sapere questa goccia quanto logora nella sua continua quotidianità scientifica e se il calendario e’ bisestile, non si va  in vacanza in quel giorno che cade ogni 4 anni, si paga  pegno comunque.

Nessuno ti aiuta, perché la violenza non e’ evidente come quella dove appare il sangue, ma posso garantire che sulla vittima  ed i suoi figli, quella violenza senza sangue lascia lo stesso segno indelebile di una ferita ricucita con i punti del chirurgo.

E’ che non si vede!  E’ dentro…..

Si lotta, si sbraita, si protesta o si sta zitte, non cambia. Nessuno ti aiuta.

“Ricordo la prima volta che mi sono rivolta al Tribunale dei Minori di Milano per essere aiutata a difendere i miei, allora, bambini che subivano violenza psicologica in continuazione, grazie ad una separazione violenta e conflittuale” – era il 2002- mi sentii rispondere: ” Signora capisco, lei ha ragione, ma se non c’e’ il sangue e’ difficile dimostrare la violenza psicologica”

Quindi ho deciso di invitare chiunque voglia raccontare la sua storia ad inviarla  a Patrizia.spirito@fastwebnet.it  per pubblicarla nella sezione “ Ti parlo” in anonimato o con nomi di fantasia o nomi veri.

Nella speranza che donne mature insegnino alle loro figlie, nipoti, amiche e amiche delle amiche come riconoscere il violento, come avere la forza e il coraggio di ribellarsi, di parlare, di denunciare.

Facciamo sentire la voce delle vittime, divulghiamo la loro difficoltà, la paura, la sofferenza, forse prima o poi  qualcuno ascolta!

Leggete la storia di Sheeva Weil e guardate il video;  solo oggi ha la forza di raccontare.

“””Sheeva Weil è stata violentata quando era al primo anno di università e per molto tempo si è chiesta se avrebbe potuto fare qualcosa per evitarlo. Oggi, grazie alla terapia, spiega perché così tante vittime di stupro si colpevolizzano.””””

  Sheeva Weil 

 

 

Foto Joy Hope Rule©

 

OGGI……28 ANNI FA.

OGGI......28 ANNI FA.

OGGI……28 ANNI FA.

Sono passati 28 anni e il dolore, pian piano,  diventa meno forte e pungente….ma e’ lì.

Ti accompagna sempre e diventa melanconia.

Una messa a prima mattina, un pranzo insieme e due passi a godere i colori dell’autunno, quest’anno, bellissimo.

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